Memoria spedita da claudio.pozzi
il 15.10.2008



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riferimento temporale/time reference : 1985


coltivazioni

A distanza di anni è sempre un’emozione.
Mettere un seme in terra e vederlo germogliare mi stupisce ancora e ancora.
L’ho imparato da Mario e Annita, gli ultimi mezzadri di Poppiano. Avevano ormai una veneranda età ed erano instancabili custodi del territorio che avevano in affidamento. Fu quando gli vidi mettere in terra una noce, per far crescere un albero di cui non avrebbero mai visto i frutti, che mi si aprì la testa. E le parole di Annita: “alla terra bisogna dare, dare, dare. Se poi va bene ti capiterà anche di prendere”, ci ho messo anni a comprenderle fino in fondo. Allora le confondevo con un malinteso cattolicesimo, intriso di sacrificio: niente di più sbagliato. Era un profondo senso di comunione con la terra, vissuta come essere vivente e non come substrato da spremere per ricavarne il più possibile.
Quando incominciarono a trascorrere gli inverni lontano da Poppiano, la primavera era segnalata, più che dalle rondini, dal cigolare mattiniero della carriola di Annita. Allora Mario era ormai infermo e lei sola si occupava del po’ di terra rimasta. Ma le bastavano tre giorni per ridare un’aspetto vitale a tutto quell’abbandono.
Noi cittadini eravamo veramente disattenti. La battuta più bella me la fece un giorno, sempre con il buffo accento marchigiano “dimmi Claudio, come mai voi che avete studiato tanto siete così ignoranti?”. In realtà aveva ragione lei. Eravamo dei calpestatori.
Le risposi ”hai ragione Annita, dobbiamo imparare molto, ma la cosa più difficile per noi è disimparare tutte le cazzate che ci hanno insegnato.”


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