Memoria spedita da/Memory sent by:
neri.fadigati
il 11.5.2005




Chiunque può scrivere le sue memorie su Connected Memories _ Connected Memories è un tentativo di interpretare esteticamente le nostre memorie e la memoria in generale.
Nota: i testi che si inseriscono possono essere corretti, ma non cancellati

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Anyone can write their own memories on Connected_Memories. Connected_ Memories is an attempt to aesthetically interpret our memories and memory in general.
Note: the inserted texts can be corrected, but not cancelled

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riferimento temporale/time reference : 1959


L’odore della fotografia

Se esiste un oggetto simbolico della memoria questo è la fotografia. Come ha scritto Roland Barthes la sua essenza sta nel potere di autenticazione, it has been, è stato e l’immagine lo testimonia. I buoni libri (pochi) sull’argomento spiegano che una fotografia deve riassumere tutte le impressioni provate dall’autore al momento dello scatto e trasmetterle attraverso la sola esperienza visiva. A volte solo un rapido sguardo a un’immagine forte suscita emozioni e sensazioni più o meno gradevoli alle quali è impossibile sottrarsi. Eppure i miei primi ricordi legati a questa tecnica, solo apparentemente meccanica, di certificazione del passato non sono visivi, non sono legati alle immagini, ma agli odori. A volte da bambino salivo la scala ripida e stretta che dall'ingresso di casa portava in una stanza sottotetto dove mio padre passava le notti stampando. Era una specie di camera delle meraviglie in cui ogni giocattolo poteva essere accomodato, piena di strumenti dal funzionamento preciso e inspiegabile. In realtà le stanze erano due, una grande con il soffitto spiovente, alti scaffali alle pareti intasati di libri, riviste, buste di carta Ferrania, con un enorme ingranditore e una smaltatrice sull’unico lato libero. Lo spazio al centro era tutto occupato da un tavolo quadrato, solo uno stretto passaggio permetteva di girargli intorno, invaso da carte, pennelli e colori da ritocco, lenti di ingrandimento, pinzette, cacciaviti, piccoli arnesi di ogni tipo. L'altra era un bagno, ma non come quelli di oggi, un bagno vero come usava una volta, dove potevi camminare comodamente avanti e indietro. Li c'erano le bacinelle con gli acidi e la vasca di risciacquo. Quel luogo era un grande tabù. Mio padre non permetteva a nessuno di entrare, nemmeno per le pulizie. Non ci vidi mai mia madre. I vapori di sviluppo e fissaggio, preparati in casa mescolando polveri con procedimenti alchemici, avevano impregnato mobili e muri, sul pavimento del bagno le gocce cadute si erano rapprese sulle mattonelle. Il liquido magico, il primo, illuminato da una fioca luce verdastra, faceva apparire in pochi secondi immagini evanescenti, morbidissime. Sulle pareti non c’era nulla, la fotografia non la vedevi la respiravi nell'aria. A guidarmi su per quella scala erano soprattutto l' odore acre dei chimici e i rumori. Il fruscio dell'acqua corrente, il secco suono metallico da ghigliottina di una taglierina a compasso. A volte sull'essiccatore erano appoggiate delle stampe asciutte, accartocciate, gli angoli curvati in alto, non erano foto erano foglie. Mio padre le prendeva delicatamente e le "stirava" sul bordo del tavolo con movimento uniforme, il foglio crocchiava come un biscotto che si rompe, ma tornava dritto e morbido. Un tardo pomeriggio mi trovò che cercavo di bere sviluppo dalla bacinella, avevo quattro o cinque anni, evidentemente c'era un attrazione forte verso quel mondo. Forte, ma del tutto equivoca e equivocata. Il mio rapporto con la fotografìa è cominciato così, con un equivoco. Tale è infatti la sua natura che, è stato detto, trasmette come le sirene il fascino misterioso della presenza-assenza. Fin dalla sua comparsa all'inizio dell'800 la fotografia è stata esaltata e sbeffeggiata, ma soprattutto equivocata. E' o non è arte? Non mente mai. Non c'è intervento umano. Voi pigiate il bottone e noi facciamo tutto il resto. E' pura manipolazione. In Italia poi è stata subito considerata pericolosa. Dopo la battaglia di Solferino, finita in un terribile massacro, Napoleone III ordinò la sorveglianza del campo per impedire l'accesso a "ladri, spogliatori di cadaveri e fotografi". Lusinghiero accostamento. Venendo a tempi più recenti per almeno un anno dopo l'incidente nel tunnel dell'Almà dove perse la vita la principessa Diana i fotografi, che sembravano essere stati la causa dello schianto, furono male apostrofati anche se si occupavano di turismo e natura. Parlare di fotografia ci costringerebbe a parlare di un oggetto che diventa soggetto, dell'esistente e della sua rappresentazione, della rappresentazione che diventa oggetto. Della moltiplicazione delle rappresentazioni. Del rappresentato come è, come vorrebbe essere, come cerca di essere, come lo vede e come lo fa vedere l'autore, come lo vedono gli osservatori, due, decine, centinaia, migliaia? Ma questa è filosofia. Il discorso si complica ancora se si affronta il problema dell'utilizzo. Per o contro i soggetti fotografati? Contro o per il potere? Quando scatta il fotografo si appropria di qualcosa che non è suo, ma che lo diventa grazie alla legge sul diritto d'autore. Un vecchio messicano incontrato lungo un sentiero sulla sierra di Michuacan puntava un moschetto arrugginito reagendo così al vedersi puntare un obbiettivo addosso, non perché equivocasse sull'uso dello strumento che avevo in mano, ma perché lo considerava un'arma, che non lo avrebbe ucciso, ma gli avrebbe portato via qualcosa di sé. Nel suo atteggiamento c'era del vero. I fotografi non vogliono mai farsi fotografare. Anni fa Umberto Eco apostrofava un provocatore televisivo dicendo: “usi la telecamera come un'arma”. Negli anni 60 si parlava di società dell'essere e dell'avere, c'è una letterature sull'argomento. Oggi avere non basta più. Anche a causa della fotografia (ma soprattutto della TV) il dilemma è tra essere e apparire. O meglio tra apparire e non essere. Solo chi ha visibilità esiste e tutti vogliono esistere, anche se per farlo devono rinunciare al proprio essere. Un paradosso? Siamo sempre in tema. E’ una degenerazione di quella cultura dell'immagine che ha caratterizzato il 900, epoca del trionfo della visualità. Tramutata in visibilità o desiderio di visibilità, come unica condizione di esistenza. Come se l'angoscia esistenzialista espressa nel secolo delle guerre e delle ideologie fosse superabile solo attraverso la fama effimera di una stagione di notorietà. L'immagine ha acquistato un grado di verità maggiore dell'esistente. Quello che importa è il riflesso non l'originale. L’unico che cerca di non esserci è il fotografo, non vuole e non deve apparire, se lo fa la foto, rivelando la sua presenza, non vale nulla. "Fate come se io non ci fossi, non guardate in macchina" - pronuncia sempre questa frase. Solo la foto esiste e esistendo in qualche modo si mangia la vita del fotografo, nutrendosi della sua energia acquista una vita propria e forse a ciò deve parte del suo potere. A questo punto la confusione è totale, ma va bene così, fare chiarezza è impossibile possiamo solo scompigliare le carte e ripartire da zero. Magari procedendo “a naso”, come suggeriva Henri Cartier-Bresson che diceva di annusare l’aria per capire se stava per accadere qualcosa degno di essere fotografato, ma allora la fotografia ha davvero un odore.


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