Memoria spedita da/Memory sent by:
stefano.lasagna
il 16.6.2005




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riferimento temporale/time reference : 5 ,1983


Il primo salto

Splendida mattina di primavera, calda e con quel profumo promettente che solo certi giorni sanno dare. Adunata in Piazzale El Alamein: è oggi.

Ci trasportano fino all'aeroporto di Pisa, ed una volta ai nostri posti facciamo di nuovo quello che stiamo facendo da oltre un mese: indossare il paracadute, ma questa volta si salta davvero.

A guardare oggi i paracaduti che utilizzo, l'enorme CMP-55 che mi stavo caricando sulla schiena - munito inoltre dell'emergenza ventrale per buon peso - sembra un inutile ed ingombrante fardello. Tutti in fila con il nostro elmetto ben calzato entriamo nella coda del C-130. La cosa ridicola è che io non ero mai salito su di un aereo prima di quel momento, pertanto le lunghe file di sedili costituiti da strisce di nylon rosso mi sembrano del tutto normali; altri commilitoni che invece conoscevano la comodità dei "normali" sedili degli aerei di linea emettono gorgogli poco rassicuranti.

Bene o male l'aereo decolla e fa rotta verso Altopascio, un enorme campo arato dove si trova la zona di lancio. Dato il nostro numero, l'aereo deve effettuare numerosi passaggi sulla zona, in quanto non è possibile "sganciarci" tutti in una volta; sono il primo alla porta del primo passaggio...450 metri di quota, roba che se non si apre prima che hai tirato la riserva sei già sei metri sottoterra!

Si accende la luce rossa: il sergente Piscopo urla "Primo passaggio in piedi!". Ci alziamo e colleghiamo il moschettone della fune di vincolo al cavo di acciaio che corre sul soffitto dell'aereo e, un po' meno "cazzuti" di ieri a cena, ci dirigiamo a passettini verso la porta laterale, già spalancata, che sembra quantomai l'ingresso per il patibolo.

Il sergente mi urla in faccia "Alla porta!", ed io mi schianto di fronte all'uscita. Con un po' di anticipo: stiamo infatti virando per metterci in linea con la zona di lancio,e mi godo la vista. Il timore ormai ha lasciato il posto ad una sorta di ovattata rassegnazione. Come al solito troppo, troppo presto, la luce rossa si trasforma in verde, e sento un'inequivocabile pacca sulla spalla.

Salto.

Mani sul paracadute di riserva, testa incassata, il mondo intorno a me si contorce; il cielo ha un angolo strano, e la terra sembra corrergli incontro: come essere sopra una giostra e guardare attraverso una macchina fotografica con un supergrandangolo. Milleuno milledue milletre millequattro millecinque, ed un bellissimo fiore bianco mi si schiude lentamente sulla testa. Bah, perlomeno si è aperto, penso; ed il fotografo in me estrae (ta-daaa!) dalla manica della mimetica la mia Kodak Instamatic (che se mi prendono mi fanno scopare il piazzale con uno spazzolino da denti da oggi al congedo) e comincia a scattare: terra sotto i piedi, calotta del paracadute, paracadutisti intorno a me, ri-terra, ri-calotta.

Ripongo la macchinetta nella manica e mi accingo all'atterraggio: una botta della Madonna!! Mi tocco: sono intatto. Sporco ma intatto. Faccio su il paracadute e mi dirigo alla jeep che ci aspetta. Negli occhi un po' di cielo.

Continuo a saltare ancora oggi: vele supermoderne, 4.000 metri di quota, 1 minuto di caduta libera, aerei con aria condizionata, ma ogni tanto quando faccio su la vela e ritorno al campo mi scopro a cercare con gli occhi un cielo di un azzurro diverso, una jeep in lontananza e forse, soprattutto, i miei vent'anni.




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