Memoria spedita da/Memory sent by:
Carlo.Giabbanelli
il 24.5.2005



memory padre/father
La naja la naja



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riferimento temporale/time reference : inverno 80-81


giona


Suonai il campanello. L'aria notturna era pungente e lo zaino mi segava la spalla. Sentii i passi del piantone che si avvicinava al grande cancello di bandone verdolino. Si aprii lo spioncino: due occhi arrossati dal sonno mi sbirciarono un attimo, poi la serratura si aprì con uno scatto. Così, in piena notte, la caserma sembrava un posto quasi accettabile. Niente ufficiali da sfuggire, niente nonni in vena di cucù. Traversai il cortile alberato dirigendomi verso la porta delle camerate. C'era, come sempre, la luce accesa nell'ingresso e questo mi faceva piacere; era accogliente, a suo modo: una merdosa lampadina giallastra che pendeva da un soffitto sudicio.
Le camerate erano illuminate solo dalle luci del cortile che entravano dai finestroni senza tende ma ci vedevo abbastanza per non accendere la pila. Badando a non fare rumore mi diressi alla mia branda: Enrico e Filippo me l'avevano rifatta sapendo che sarei rientrato dalla licenza quella notte.
Aprii i tre lucchetti che serravano - più che altro simbolicamente - il mio armadietto e sfilai con cautela la catena che bloccava lo sportello: era tutto a posto, a nessuno era venuto in mente di fargli visita in mia assenza. Mi spogliai rapidamente sbattendo tutto dentro senza un ordine, compresa la valigia. Mentre mi mettevo il pigiama, guardai Cattazzo, quello che stava sotto di me. Dormiva sodo, con la bocca mezza aperta. Di Ferrante, nella branda accanto, si vedeva solo un ciuffo di capelli neri. Sopra di lui vegliava sorridente la famosa coniglietta con le gambe aperte e il pelo rado e liscio.
Era tutto tranquillo: per quella notte nessuno si sarebbe svegliato con la testa piena di dentifricio, né per lo zucchero dentro al letto. Chiusi l'armadietto, misi le chiavi sotto il cuscino. Posai un piede sul bordo della branda di Cattazzo e saltai su, infilandomi al volo sotto le coperte. Ristetti rabbrividendo. Mi girai di fianco e mi rannicchiai. Poi di nuovo a pancia sopra, con gli occhi chiusi. Fu in quel momento, mentre il mio cuore si calmava e il respiro si faceva regolare, che lo sentii. Da tutte le parti, intorno a me, emergeva dal silenzio un suono familiare fatto di tanti suoni. Era il respiro della caserma. Ottanta esseri umani che russavano più o meno leggermente, tossivano, gemevano debolmente nel sonno. Soffocato dalle coperte sbottò un peto lontano.
Mi sentii circondato da un unico organismo vivo. Ero nella pancia della caserma addormentata. Mi hanno detto che Céline ha raccontato qualcosa di simile con angoscia e orrore, e questo non stento a crederlo, né mi pare una forzatura. Ma allora sorrisi. L'animale che mi aveva dentro non mi voleva male, anzi me ne sentivo protetto, in qualche modo. Dopo poco mi addormentai.

Ripensandoci adesso, dopo tanti anni, e considerando l'assurdità e la violenza di quell'anno al servizio della Patria, non riesco a ricostruire l'origine di quell'emozione incongrua. Forse era parte di un'immagine notturna e rovesciata della caserma, forse era solo stanchezza del viaggio e bisogno di quiete. Con una capriola prevedibile ma di sicuro effetto potrei anche richiamarmi ad esperienze prenatali. Ma in fondo in fondo ho il sospetto che si trattasse di semplice, sana simpatia nei confronti del prossimo che mi circondava: una cosa che mi succede sempre più di rado.







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